Shri Namamrita
Nel Caitanya-caritāmṛta si legge:
“Di questi nove metodi, il più importante è cantare sempre il santo nome del Signore. Chi lo fa, evitandole dieci offese, ottiene ...
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BG XVI.1-3
Dio, la Persona Suprema, disse: L’assenza di paura, la purificazione della propria esistenza, lo sviluppo della conoscenza spirituale, la carità, il controllo di sé, il compimento di sacrifici, lo studio dei Veda, l’austerità, la semplicità, la non-violenza, la veridicità, la rinuncia, la serenità, la compassione verso tutti gli esseri, l’avversione per la critica, la dolcezza, la modestia, la ferma determinazione, il vigore, il perdono, la forza morale, la purezza, la libertà dalla collera, dalla cupidigia, dall’invidia e dalla sete di onori sono tutte qualità trascendentali, o discendente di Bharata, proprie delle persone virtuose dotate di natura divina.
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SPIEGAZIONE: L’inizio del quindicesimo capitolo descrive l’albero baniano come la rappresentazione del mondo materiale e le sue radici secondarie come le azioni, favorevoli o sfavorevoli, degli esseri viventi. Il nono capitolo parla dei deva, gli esseri virtuosi, e degli asura, gli esseri demoniaci. Secondo gli insegnamenti vedici, gli atti ispirati dalla virtù favoriscono il progresso sulla via della liberazione e sono considerati di natura spirituale o daivī prakṛti. Le persone dotate di questa natura avanzano sul sentiero della liberazione, mentre coloro che agiscono sotto il dominio della passione e dell’ignoranza non hanno la possibilità di liberarsi, devono rimanere nel mondo materiale e rivestirsi di una forma umana o animale, oppure di una forma ancora inferiore. In questo capitolo il Signore definisce sia la natura divina che la natura demoniaca con le rispettive particolarità, mettendone in rilievo gli aspetti positivi e negativi.
Il termine abhijātasya designa la persona che fin dalla nascita mostra qualità e tendenze divine. Quando le Scritture vediche parlano di garbhādhāna-saṁskāra si riferiscono al fatto di generare figli in un’atmosfera divina. Se i genitori desiderano un figlio dotato di qualità divine devono osservare i dieci saṁskāra (sacramenti) raccomandati nella vita sociale dell’essere umano. In un capitolo precedente si è visto che l’atto sessuale, quando mira a generare figli virtuosi, rappresenta Kṛṣṇa stesso, quindi non è condannato, purché sia compiuto in coscienza di Kṛṣṇa. I devoti del Signore non devono generare figli come fanno i cani e i gatti, perché è loro dovere preoccuparsi che la prole diventi a sua volta cosciente di Kṛṣṇa. Questa è la benedizione che riceve un bambino nato da un padre e una madre assorti nella coscienza di Kṛṣṇa.
Il varṇāśrama-dharma, il sistema che divide la società in quattro classi sociali e quattro ordini spirituali, non è fondato sul principio ereditario. Questi gruppi sono determinati dalle qualità e dalla formazione personale degli individui, e hanno lo scopo di mantenere la pace e il benessere nella società.
Le qualità elencate in questo verso sono considerate trascendentali, perché permettono di aumentare la comprensione spirituale e di uscire quindi dal mondo materiale.
Nel varṇāśrama-dharma, il sannyāsī, colui che ha abbracciato l’ordine di rinuncia, è considerato il capo o il maestro spirituale di tutti i varṇa e gli āśrama. È vero che i brāhmaṇa svolgono il ruolo di maestri spirituali per i componenti degli altri tre varṇa (kṣatriya, vaiśya e śūdra), ma il sannyāsī, in cima all’istituzione del varṇāśrama, è un maestro spirituale anche per i brāhmaṇa. Innanzitutto, il sannyāsī dev’essere senza paura. Dovendo vivere da solo, senza alcun sostegno o la prospettiva di un sostegno, deve dipendere esclusivamente dalla misericordia di Dio; chi si chiede come sarà protetto una volta troncati i legami con la famiglia e la società non deve accettare l’ordine di rinuncia. Il sannyāsī dev’essere fermamente convinto che Kṛṣṇa, nel Suo aspetto localizzato di Paramātmā, Si trova sempre nel suo cuore ed è sempre a conoscenza delle sue intenzioni; deve quindi avere piena fiducia che Kṛṣṇa, l’Anima Suprema, protegge chi è arreso a Lui. Deve pensare: "Non sono mai solo e anche nel più profondo della foresta Kṛṣṇa sarà con me e mi darà ogni protezione." Chi possiede questa convinzione è abhaya, senza paura. Tale stato d’animo è indispensabile al sannyāsī.
Il sannyāsī deve anche purificare la sua esistenza seguendo i numerosi princìpi e regolamenti stabiliti a questo fine. Il più importante consiste nella severa proibizione d’intrattenere relazioni intime col sesso femminile, gli è persino vietato parlare con una donna in un luogo solitario. Śrī Caitanya Mahāprabhu diede l’esempio del perfetto sannyāsī: quando Si trovava a Purī le Sue devote non potevano avvicinarsi a Lui neanche per offrirGli i loro omaggi, ma erano invitate a prosternarsi a distanza. Non bisogna certamente vedere in tutto ciò un’avversione per le donne, ma solo una regola che ordina al sannyāsī di non intrattenere relazioni con loro. Se vuole purificare la sua esistenza, un individuo deve rispettare le regole prescritte per il varṇa e l’āśrama a cui appartiene. Nel caso del sannyāsī è severamente proibito avere qualsiasi legame col sesso opposto e possedere ricchezze per il proprio interesse.
Śrī Caitanya fu il sannyāsī ideale e durante la Sua vita fu estremamente severo nei Suoi rapporti con le donne. Sebbene sia considerato l’avatāra più liberale, perché accettava sotto la Sua protezione le anime più cadute, seguiva rigidamente le regole del sannyāsa per quanto riguarda il sesso opposto. Un giorno uno dei Suoi compagni più vicini, Choṭa Haridāsa, gettò uno sguardo di cupidigia su una giovane donna in Sua presenza e Śrī Caitanya fu così severo che lo escluse subito dalla Sua compagnia, poi pronunciò queste parole: "Per un sannyāsī o per chiunque aspiri a liberarsi dalla schiavitù della materia e si sforzi di elevarsi alla natura spirituale per tornare a Dio, nell’eterna dimora, volgere lo sguardo verso i beni materiali e le donne (anche senza goderne, ma animato da questo desiderio) è un atto talmente condannabile che sarebbe meglio per lui suicidarsi piuttosto che essere vittima di desideri così illeciti." Queste sono dunque le vie della purificazione.
Il prossimo punto riguarda il jñāna-yoga-vyavasthiti, lo sviluppo della conoscenza spirituale. Il compito del sannyāsī è portare la conoscenza spirituale ai capifamiglia e più in generale a tutti coloro che hanno dimenticato che il progresso spirituale è lo scopo della vita umana. Anche se il sannyāsī deve elemosinare di porta in porta per provvedere alle proprie necessità, non è da considerarsi un mendicante. È per pura umiltà, altra qualità spirituale, che il sannyāsī va a visitare le famiglie e a risvegliarle alla coscienza di Kṛṣṇa, non certo per mendicare. Questo è il dovere del sannyāsī. Se un discepolo è veramente avanzato nella vita spirituale e il maestro spirituale glielo chiede, dovrebbe predicare con intelligenza la coscienza di Kṛṣṇa, ma se non ne è all’altezza, è meglio che eviti di entrare nell’ordine di rinuncia; qualora avesse accettato il sannyāsa senza avere una conoscenza sufficiente, deve continuare ad ascoltare l’insegnamento di un maestro spirituale autentico. In conclusione, il sannyāsī dev’essere libero dalla paura (abhaya), puro (sattva-saṁśuddhi) e avere la conoscenza (jñāna-yoga).
Gli atti di carità, invece, riguardano in particolare la classe dei gṛhastha. Gli uomini di famiglia sono tenuti a guadagnarsi onestamente da vivere e a devolvere la metà dei loro guadagni a quelle istituzioni che si occupano di diffondere la coscienza di Kṛṣṇa in tutto il mondo. La carità, infatti, dev’essere fatta a persone che ne sono degne. Come la Bhagavad-gītā spiegherà in seguito, esistono diversi tipi di atti caritatevoli, alcuni influenzati dalla virtù, altri dalla passione, altri ancora dall’ignoranza. Le Scritture raccomandano gli atti di carità compiuti nella virtù, mentre non incoraggiano affatto la carità dettata dalla passione e dall’ignoranza, che diventa un inutile spreco di denaro. La carità deve avere come obiettivo la propagazione della coscienza di Kṛṣṇa nel mondo. In questo caso si potrà parlare di carità nata dalla virtù.
Pur essendo una qualità propria di tutti gli āśrama, il controllo di sé (dama) riguarda in particolare il gṛhastha. Anche se vive con la moglie, il gṛhastha non deve abbandonarsi senza restrizioni al piacere sessuale, ma è tenuto a osservare certe regole. L’atto sessuale deve mirare solo alla procreazione; se la coppia non ha intenzione di avere figli dovrà astenersi dai rapporti sessuali. Oggi la gente fa uso di contraccettivi e di metodi ancora più degradanti per godere dei piaceri sessuali senza doversi assumere la responsabilità della nascita di un figlio; questo non è certo indice di una natura divina, ma demoniaca. Chiunque desideri avanzare sulla via spirituale, anche se è sposato, deve controllare la vita sessuale e procreare solo per servire Kṛṣṇa. Se una coppia può garantire che i suoi figli diventeranno coscienti di Kṛṣṇa, che ne metta pure al mondo centinaia, altrimenti è meglio non indulgere in atti sessuali per il semplice piacere dei sensi.
Anche l’offerta di sacrifici spetta in particolare al gṛhastha, perché richiede l’impiego di grandi somme di denaro, che i membri degli altri ordini (brahmacārī, vānaprastha e sannyāsa) vivendo di elemosine, non possiedono. Gli Scritti vedici raccomandano diversi sacrifici al gṛhastha, come l’agnihotra-yajña per esempio, ma questi sacrifici richiedono ricchezze tali che oggi nessuno potrebbe compierli. Il sacrificio migliore per la nostra epoca, e anche il meno oneroso, è il saṅkīrtana-yajña, il canto del mahā-mantra: Hare Kṛṣṇa, Hare Kṛṣṇa, Kṛṣṇa, Kṛṣṇa, Hare Hare / Hare Rāma, Hare Rāma, Rāma Rāma, Hare Hare. Tutti possono adottarlo e riceverne i benefici. La carità, il controllo dei sensi e i sacrifici sono dunque destinati soprattutto al gṛhastha.
Svādhyāya, lo studio dei Veda, riguarda in primo luogo il brahmacārī, lo studente. Egli deve evitare ogni compagnia femminile e vivere nella castità e nello studio delle Scritture vediche al fine di coltivare la conoscenza spirituale.
L’austerità (tapas) è praticata soprattutto durante il periodo finale dell’esistenza. L’uomo non deve rimanere in famiglia per tutta la vita, ma deve ricordare che il cammino spirituale comporta quattro tappe: il brahmācarya, il gṛhastha, il vānaprastha e il sannyāsa. Dopo essere stato gṛhastha deve abbandonare le attività familiari e ritirarsi. Approssimativamente, su cent’anni di vita venticinque dovrebbero essere dedicati al brahmācarya, venticinque al gṛhastha, venticinque al vānaprastha e gli ultimi venticinque al sannyāsa. Questa è la disciplina spirituale nella società vedica. Dopo aver lasciato la vita di famiglia, è necessario praticare alcune austerità del corpo, della mente e della lingua: questo è il tapasyā.
In realtà, il tapasyā è raccomandato a tutte le divisioni del varṇāśrama-dharma. Senza tapasyā, senza austerità, nessuno può ottenere la liberazione. Mai la Bhagavad-gītā o altri Testi vedici giustificano una teoria che rifiuta le austerità e che ammette la possibilità dì continuare senza rischi ogni sorta di elucubrazioni. Queste teorie sono invenzioni di presunti spiritualisti interessati solo ad accrescere il numero dei loro seguaci. Non appena si tratta di seguire certe regole e restrizioni, la gente diventa subito reticente, pertanto coloro che in nome della religione vogliono fare discepoli solo per la gloria non osservano né fanno osservare ai loro studenti alcun principio regolatore. I Veda non approvano questi metodi.
Quanto alla semplicità, sebbene sia una qualità brahminica, non dev’essere adottata dai membri di un particolare āśrama, ma da chiunque, brahmacārī, gṛhastha, vānaprastha o sannyāsī. Tutti devono essere semplici e franchi.
Ahiṁsā significa non interrompere l’evoluzione spirituale di alcun essere vivente. Non crediate che siccome la scintilla spirituale non muore mai e sopravvive al corpo, non ci sia niente di male nel massacrare gli animali per la soddisfazione dei nostri sensi. Nonostante oggi la gente possa nutrirsi abbondantemente di cereali, frutta e latte, continua a mangiare la carne. In realtà, non c’è alcun bisogno di abbattere gli animali e nessuno fa eccezione a questa regola. Se non ci fosse altra scelta, si potrebbe anche uccidere una bestia in caso di necessità, ma prima dovrebbe essere offerta in sacrificio. Riassumendo, chi desidera avanzare nella realizzazione spirituale non deve in nessun caso, quando il cibo è abbondante, fare violenza agli animali. La vera ahiṁsā consiste nel non frenare lo sviluppo di un essere, qualunque esso sia. Trasmigrando da una specie all’altra, l’animale progredisce seguendo un criterio evolutivo, ma se viene ucciso, sarà frenato nel suo progresso e prima di elevarsi alla specie superiore dovrà tornare nella forma di vita che ha prematuramente lasciato per completarvi il dovuto numero di giorni o anni. Non bisogna dunque rallentare l’evoluzione degli animali per la soddisfazione del palato: questa è l’ahiṁsā.
La parola satyam indica che non si deve deformare la verità a fini personali. Alcuni passi delle Scritture vediche sono difficili da comprendere, perciò occorre studiarne il significato e la finalità presso un maestro spirituale autentico. Questo è l’unico modo per capire i Veda. Il termine śruti significa che occorre ascoltare e ricevere la conoscenza da un’autorità in materia. Non si devono interpretare le Scritture per qualche scopo personale. Numerosi sono i commenti sulla Bhagavad-gītā che deformano il senso del testo originale; si deve invece dare ad ogni parola il suo vero significato e questo, lo ripetiamo, solo un maestro spirituale autentico è abilitato a farlo.
Akrodha vuol dire controllare la collera. Bisogna tollerare anche le provocazioni, perché se la collera esplode tutto il corpo ne viene sopraffatto. La collera è il risultato dell’azione congiunta della passione e della lussuria, e chi si trova sul piano trascendentale deve liberarsene. Apaiśunam significa che non si devono cercare difetti negli altri o correggerli senza necessità. Ovviamente dare del ladro a un ladro non può ritenersi una critica, ma dare del ladro a una persona onesta è una grave offesa per chi progredisce sul sentiero della vita spirituale. Hrī significa dar prova di riservatezza ed evitare di compiere azioni detestabili. Acāpalam, la determinazione, si applica a chi non si lascia turbare o scoraggiare nei suoi sforzi, qualunque siano i risultati. Un tentativo può anche fallire, ma invece di affliggersi è bene continuare a sforzarsi con pazienza e determinazione.
La parola tejas, usata qui, riguarda gli kṣatriya, ai quali si richiede una grande forza affinché possano proteggere i deboli. Essi non devono atteggiarsi a non violenti; quando la violenza è necessaria devono farne uso, ma in alcune circostanze il vincitore può mostrarsi clemente e perdonare le colpe minori.
La purezza (śaucam) non deve limitarsi al corpo e alla mente, ma estendersi anche ai rapporti con gli altri. Si applica in particolare ai vaiśya, i commercianti, che non dovrebbero mai impegnarsi in compravendite clandestine.
Nāti-mānitā significa non aspettarsi onori e riguarda i śūdra (operai, artigiani e artisti), che secondo l’ordine vedico appartengono alla quarta classe sociale. Il śūdra non deve inorgoglirsi o cercare onori, ma deve rimanere nelle norme del suo stato sociale. Il suo dovere gli impone di mostrare rispetto ai membri dei varṇa superiori affinché sia mantenuto l’ordine sociale.
Queste ventisei qualità sono di natura divina e ognuno deve svilupparle secondo la classe sociale e l’ordine spirituale a cui appartiene. Così, anche se le condizioni materiali in questo mondo sono miserabili, queste qualità, sviluppate con la pratica, possono gradualmente elevare un individuo, qualunque sia il suo stato, al più alto stadio di realizzazione spirituale.
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Lettera a Tamal Krishna 30/10/1969
Le persone non dovrebbero considerarci un semplice gruppo artistico musicale; loro devono sapere che siamo devoti di Krishna. La nostra pratica devozionale e la nostra purezza dovrebbero essere così forti che ovunque noi cantiamo, le persone che ascoltano possano avere una immediata percezione della nostra devozione per Krishna.
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