05/07/2026
Ufficio per lo sviluppo della congregazione in Italia (USCI)

Hare Kṛṣṇa Hare Kṛṣṇa, Kṛṣṇa Kṛṣṇa Hare Hare, Hare Rāma Hare Rāma, Rāma Rāma Hare Hare

BG IX.2

Questo sapere è il re di tutti gli insegnamenti, il più segreto tra i segreti, la conoscenza più pura e poiché ci fa percepire direttamente il sé con una realizzazione interiore, è la perfezione della religione. È eterno e si applica con gioia.
▴ chiudi

SPIEGAZIONE: Il sapere contenuto in questo capitolo della Bhagavad-gītā è considerato il re di tutti gli insegnamenti, perché è l’essenza di tutte le dottrine e filosofie analizzate in precedenza. Tra i principali filosofi che l’India ci ha dato citiamo Gautama, Kaṇāda, Kapila, Yājñavalkya, Śāṇḍilya, Vaiśvānara e infine Vyāsadeva, l’autore del Vedānta-sūtra. Non c’è dunque penuria di conoscenza in campo filosofico e spirituale. Ora il Signore dice che il nono capitolo è il re di tutto questo sapere e costituisce l’essenza di tutta la conoscenza acquisita con lo studio dei Veda e delle diverse filosofie. È anche il più confidenziale, perché il sapere spirituale implica, inizialmente, la comprensione della differenza tra l’anima e il corpo, ma raggiunge il culmine nel servizio di devozione.

Istruita esclusivamente nella conoscenza materiale (politica, sociologia, fisica, chimica, matematica, astronomia, tecnologia e così via), la maggior parte della gente non ha ricevuto questo sapere confidenziale. Purtroppo, nessuna istituzione scolastica, nessuna università del pianeta insegna la scienza dell’anima; eppure nel corpo l’anima è l’elemento più importante, senza il quale il corpo perde ogni valore. Ciononostante, l’uomo insiste nel dare importanza alle necessità del corpo e non si cura affatto dell’anima, che dà vita al corpo.

La Bhagavad-gītā sottolinea, specialmente dal secondo capitolo in poi, l’importanza dell’anima. Fin dall’inizio il Signore insegna che al contrario del corpo, l’anima è immortale (antavanta ime dehā nityasyoktāḥ śarīriṇaḥ) {BG II.18}. Questa conoscenza, che permette di distinguere l’anima dal corpo e di comprenderne la natura immutabile, indistruttibile ed eterna, sebbene sia confidenziale, non dà informazioni esaustive sull’anima. Alcuni credono che alla morte dell’involucro corporeo l’anima si liberi dalla materia e diventi impersonale fondendosi nel vuoto. Ipotesi totalmente priva di fondamento: com’è possibile che l’anima, così attiva nel corpo, smetta di agire una volta libera dal corpo? L’anima è sempre attiva ed eterna, e la conoscenza delle sue attività eterne nel mondo spirituale costituiscono, secondo questo verso, la parte più confidenziale del sapere spirituale, il re di tutto il sapere.

Le Scritture vediche affermano che non esiste niente di più puro di questa conoscenza. Quando analizza gli atti colpevoli dell’essere individuale, il Padma Purāṇa mostra che sono la conseguenza di una catena interminabile di peccati; infatti, coloro che agiscono per godere dei frutti dell’azione sono subito incatenati alle conseguenze dei loro atti, sotto diverse forme e a differenti stadi. Per illustrare questo fenomeno prendiamo l’esempio del seme di un albero. Quando si pianta un seme, l’albero non appare subito, la sua crescita richiede un certo tempo: prima spunta un germoglio che si trasforma in arbusto, poi in albero, quindi vengono i fiori e solo più tardi i frutti, che potranno essere gustati da chi ha piantato il seme. Analogamente, i peccati di una persona fruttificano solo dopo un certo lasso di tempo passando per diversi stadi. Anche se l’atto colpevole è stato compiuto già da qualche tempo, l’individuo deve ancora subirne i contraccolpi. Ci sono peccati che attendono allo stato di seme, mentre altri hanno già fruttificato e stanno producendo tristezza e dolore.

Come spiega il verso ventotto del settimo capitolo {BG VII.28}, chi ha messo un termine definitivo alle conseguenze delle sue attività peccaminose e si dedica pienamente ad atti virtuosi, libero dalle dualità di questo mondo, può votarsi al servizio di Dio, la Persona Suprema, Śrī Kṛṣṇa. In altre parole, chiunque serva con devozione il Signore Supremo non è più soggetto alle conseguenze dei suoi atti. Il Padma Purāṇa conferma:

aprārabdha-phalaṁ pāpaṁ, kūṭaṁ bījaṁ phalonmukham
krameṇaiva pralīyeta, viṣṇu-bhakti-ratātmanām

Le ripercussioni dei peccati di un devoto, siano esse mature, quasi pronte a manifestarsi o ancora allo stato di seme, scompaiono gradualmente. Tale è la potenza purificatrice del servizio di devozione, che per questo motivo è definito pavitram uttamam, "il più puro". Il termine uttama significa "al di là della materia"; tamas designa questo mondo di tenebre e uttama ciò che trascende l’azione materiale. Le attività devozionali non devono mai essere considerate materiali, anche se talvolta sembra che il devoto agisca come una persona ordinaria. Chi possiede una visione chiara e una conoscenza profonda del servizio di devozione sa che queste attività sono completamente spirituali, non toccate dai guṇa, le tre influenze della natura.

La pratica del servizio di devozione è così sublime che i suoi effetti si possono percepire in modo diretto. L’esperienza ci mostra che chiunque canti o reciti senza offese i santi nomi di Kṛṣṇa (Hare Kṛṣṇa, Hare Kṛṣṇa, Kṛṣṇa Kṛṣṇa, Hare Hare / Hare Rāma, Hare Rāma, Rāma Rāma, Hare Hare) prova una gioia trascendentale incomparabile e si purifica rapidamente da ogni contaminazione materiale. Lo si può osservare molto chiaramente. Se poi, oltre ad ascoltare le glorie del Signore e cantare i Suoi santi nomi, ci s’impegna a diffondere la pratica del servizio devozionale - o a contribuire alle attività missionarie della coscienza di Kṛṣṇa, ci si accorgerà di fare progressi sulla via spirituale. Questo progresso non dipenderà affatto dalla nostra educazione o dalle nostre qualifiche precedenti: la via devozionale è così pura che per il semplice fatto di seguirla ci si purifica.

Il Vedānta-sūtra (3.2.26) conferma, prakāśaś ca karmaṇy abhyāsāt "Il servizio di devozione è così potente che immancabilmente chiunque lo pratichi diventa illuminato." La vita di Nārada Muni ne è un buon esempio: di umile nascita, figlio di una domestica, egli non aveva, ricevuto alcuna educazione, ma poiché sua madre era al servizio di grandi devoti del Signore e Nārada l’assisteva, aveva l’occasione di sostituirla ogni volta che lei doveva assentarsi. Lo Śrīmad-Bhāgavatam (1.5.25) riporta le sue parole:

ucchiṣṭa-lepān anumodito dvijaiḥ, sakṛt sma bhuñje tad-apāsta-kilbiṣaḥ
evaṁ pravṛttasya viśuddha-cetasas, tad-dharma evātma-ruciḥ prajāyate

In questo verso Nārada racconta al suo discepolo Vyāsadeva che nel corso della sua precedente vita, quand’era ancora un bambino, aveva servito per quattro mesi alcuni puri devoti del Signore durante il loro soggiorno nel luogo in cui abitava stringendo con loro un profondo legame. A volte i saggi lasciavano un po’ di cibo nei piatti e il bambino, che li lavava, desiderò un giorno assaggiare i loro avanzi, ne chiese quindi il permesso, che gli fu accordato. Quegli alimenti santificati lo liberarono dalle conseguenze di tutti i suoi atti colpevoli e man mano che egli mangiava il suo cuore diventava puro come quello dei saggi. Quei grandi devoti assaporavano l’estasi nel servire il Signore con amore, ascoltando e cantando sempre le Sue glorie, e a contatto con loro Nārada sviluppò la stessa attrazione.

tatrānvahaṁ kṛṣṇa-kathāḥ pragāyatām
anugraheṇāśṛṇavaṁ manoharāḥ
tāḥ śraddhayā me ’nupadaṁ viśṛṇvataḥ
priyaśravasy aṅga mamābhavad ruciḥ

Così, in compagnia dei grandi saggi egli prese gusto ad ascoltare le lodi del Signore e a glorificarLo, e sentì crescere in sé l’ardente desiderio di adottare il servizio di devozione. Un verso del Vedānta-sūtra afferma: prakāśaś ca karmaṇy abhyāsāt, tutto s’illumina, tutto si rivela automaticamente a chi s’impegna nel servizio di devozione. Questa percezione diretta è espressa nel verso col termine pratyakṣa.

Figlio di una domestica, Nārada non aveva avuto la possibilità di frequentare una scuola e si accontentava di assistere la madre nel suo lavoro. Per fortuna sua madre si era messa al servizio di grandi devoti del Signore, così anche lui ebbe l’occasione di servirli quand’era bambino. Questo contatto con i devoti gli permise di raggiungere il fine ultimo di tutte le religioni. Nel nostro verso, la parola dharmyam significa "la via della religione". Il fine di tutte le religioni è il servizio di devozione, così come lo definisce lo Śrīmad-Bhāgavatam {SB 1.2.26} (sa vai puṁsāṁ paro dharmo yato bhaktir adhokṣaje). Le persone che praticano una religione ignorano generalmente che la perfezione di tutte le religioni consiste nel servire Dio con amore.

Nell’ultimo verso dell’ottavo capitolo {BG VIII.28} (vedeṣu yajñeṣu tapaḥsu caiva) è spiegato che di solito occorre sviluppare il sapere vedico per comprendere il sentiero della realizzazione spirituale, ma Nārada raccolse i più alti benefici dello studio dei Veda senza mai aver ricevuto gli insegnamenti di un maestro spirituale e quindi senza essere stato istruito sui princìpi vedici. Il servizio devozionale è così potente che permette di giungere alla più alta perfezione della religione anche senza seguirne scrupolosamente i riti. Com’è possibile? I Veda ce lo spiegano: ācāryavān puruṣo veda, chi entra in contatto con i grandi ācārya può acquisire tutta la conoscenza necessaria alla realizzazione spirituale, anche se non ha ricevuto alcuna educazione e non ha studiato i Veda.

Il servizio di devozione è un’attività gioiosa (su-sukham), perché consiste soprattutto nell’ascoltare e nel cantare le glorie del Signore (śravaṇaṁ kīrtanaṁ viṣṇoḥ). È sufficiente ascoltare le narrazioni che riguardano il Signore o assistere ai discorsi filosofici sulla conoscenza spirituale tenuti dagli ācārya riconosciuti: si può imparare semplicemente sedendosi e ascoltando. Si possono anche gustare i resti santificati del delizioso cibo offerto al Signore. Questo metodo è gioioso sotto ogni aspetto ed è accessibile anche ai più poveri. Kṛṣṇa dice che accetta dal Suo devoto anche l’offerta più modesta, una foglia, un fiore, un frutto, un po’ d’acqua (patraṁ puṣpaṁ phalaṁ toyaṁ) {BG IX.26}, cose facilmente reperibili, che qualsiasi persona può offrire indipendentemente dalla sua condizione sociale, purché l’offerta sia fatta con amore e devozione. La storia ci offre esempi come quello di Sanat-kumāra, che diventò un grande devoto del Signore solo per aver gustato le foglie di tulasī offerte ai Suoi piedi di loto. Il servizio di devozione è dunque molto piacevole e si compie con gioia. Dio prende in considerazione solo l’amore con cui Gli si offrono le cose.

Questo verso aggiunge che il servizio di devozione è eterno, contrariamente a ciò che sostengono i filosofi māyāvādī. Talvolta anch’essi praticano quello che chiamano indebitamente servizio di devozione, ma per loro si tratta solo di un’attività transitoria che prevedono di abbandonare non appena avranno raggiunto la liberazione, la tappa finale, cioè "diventare tutt’uno con Dio." Questo servizio interessato e provvisorio non ha niente in comune col puro servizio devozionale, che invece continua anche dopo la liberazione. Quando il devoto raggiunge il mondo spirituale, il regno di Dio, continua a servire il Signore Supremo senza mai cercare di fondersi in Lui.

In realtà, come vedremo in seguito, il vero servizio devozionale comincia dopo la liberazione, quando si raggiunge il brahma-bhūta, il livello del Brahman (samaḥ sarveṣu bhūteṣu mad-bhaktiṁ labhate parām) {BG XVIII.54}. Non si può capire Dio, la Persona Suprema, solo con la pratica del karma-yoga, del jñāna-yoga, dell’aṣṭāṅga-yoga o d i qualsiasi altra forma di yoga. Con queste pratiche si può progredire sulla via che conduce al bhakti-yoga, ma se non si arriva al servizio di devozione è impossibile comprendere la Persona Divina. Anche lo Śrīmad-Bhāgavatam conferma che si può arrivare a capire la scienza di Kṛṣṇa, la scienza di Dio, solo dopo essersi purificati con la pratica del servizio di devozione, in particolare dopo aver ascoltato lo Śrīmad-Bhāgavatam e la Bhagavad-gītā da anime realizzate: evaṁ prasanna-manaso bhagavad-bhakti-yogataḥ {SB 1.2.20}. Solo quando si è spazzata via dal cuore ogni sporcizia si può capire chi è Dio. Il servizio di devozione, la coscienza di Kṛṣṇa, è dunque il re di tutti gli insegnamenti, di tutti i saperi segreti, è la forma più pura della religione e si compie gioiosamente, senza fatica. Tutti dovrebbero quindi adottarlo. ▴ chiudi

Lettera a Upendra 05/07/1969

In origine l‘energia di Krishna è unica e spirituale, ma in accordo alle differenti sue funzioni, Maya viene rappresentata in modo diverso. Nel mondo materiale questa energia è chiamata Bhadra e nel mondo spirituale la stessa Maya viene chiamata Subhadra. “Su” significa “di buon augurio”, quindi nel mondo spirituale Maya agisce con i buoni auspici e la stessa Maya nel mondo materiale diventa invece nefasta.

gen
feb
mar
apr
mag
giu
lug 2026
ago
set
ott
nov
dic

Corso Gîtâ Mañjarî 14° ediz.

domani 6 (19:30) , 13 (19:30) , 20 (19:30) , 27 (19:30)

Corso Tulasî Mañjarî 11° ediz.

2 (19:15) , 9 (19:15) , 16 (19:15) , 23 (19:15) , 30 (19:15)

Corso Bhakti Yoga 2° ediz.

7 (19:30) , 14 (19:30)

Corso Bhakti Yoga 3° ediz.

domani 6 (19:00) , 13 (19:00) , 20 (19:00)



USCI

Bhaktyā Labhya dāś
Devakī Rūpa devī dāsī
Ākarṣiṇī Rādhikā devī dāsī

web: www.usci.life
ufficio.sdc@gmail.com

Area riservata

corsista/servizio: log-in

Termini di utilizzo | Politica sulla riservatezza

Programmi riconosciuti dalla ISKCON:
Associazione Internazionale per la Coscienza di Kṛṣṇa
Prabhupada
Fondatore ācārya Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedānta Svāmī Prabhupāda

2021 | © USCI – All rights reserved