BG X.4-5
L’intelligenza, la conoscenza, la libertà dal dubbio e dall’illusione, la clemenza, la veridicità, il controllo dei sensi e della mente, la gioia e il dolore, la nascita e la morte, la paura e il coraggio, la non-violenza, l’equanimità, la soddisfazione, l’austerità, la generosità, la fama e l’infamia – tutti questi aspetti della natura umana sono creati da Me.
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SPIEGAZIONE: Buono o cattivo, tutto ciò che si riferisce all’essere umano e si trova qui elencato è creato da Kṛṣṇa.
L’intelligenza (buddhi) è la facoltà di analizzare le cose nella giusta prospettiva e la vera conoscenza è la capacità di distinguere lo spirituale dal materiale. La comune cultura acquisita all’università, che fa della materia il suo unico oggetto, non è accettata qui come vera conoscenza. L’educazione moderna è incompleta, perché non dà informazioni su ciò che è spirituale, ma si limita agli elementi materiali e alle necessità del corpo.
La libertà dal dubbio e dall’illusione (asammoha) si raggiunge quando si diventa determinati e risoluti e si comprende la filosofia spirituale che trascende la materia. Lentamente, ma con passo sicuro, ci si libera allora della confusione in cui si era immersi, ma è con l’attenzione e la prudenza che ci si arriva, non con l’accettazione cieca.
La clemenza (kṣamā), di cui ogni persona dovrebbe dar prova, consiste nel mostrare tolleranza e perdonare le offese minori.
La veridicità (satyam) consiste nel presentare, per il bene di tutti, i fatti così come sono. Le convenzioni sociali ci spingono a dire la verità solo quando è piacevole, ma che genere di verità è questa? I fatti non devono essere deformati. La verità dev’essere esposta apertamente, affinché tutti possano vedere le cose come sono. Dire la verità significa, per esempio, denunciare che il tal dei tali è un ladro se lo è, fosse anche una verità spiacevole. Per definizione, la veridicità esige che i fatti siano presentati nella loro giusta luce per il beneficio di tutti.
Controllare i sensi (dama) significa essere capaci di astenerti da piaceri personali inutili. Non è certo proibito soddisfare le necessità naturali dei sensi, ma abusare dei piaceri materiali compromette il progresso spirituale.
Quanto alla mente, non si deve lasciare che si soffermi su pensieri frivoli; questa disciplina della mente è definita śama. Bisogna evitare di perdere tempo meditando sul modo di arricchirsi, perché in questo modo si fa cattivo uso delle facoltà mentali, il cui ruolo essenziale è capire, attraverso fonti autentiche, l’esigenza primaria dell’essere umano. Il potere del pensiero deve svilupparsi a contatto con autorevoli studiosi delle Scritture, maestri spirituali o persone sante, che hanno già altamente sviluppato la facoltà di pensiero.
Si proverà piacere e gioia (sukham) nel fare ciò che favorisce lo sviluppo della conoscenza spirituale nell’ambito della coscienza di Kṛṣṇa, solo pena e sofferenza in quello che non favorisce il pieno sviluppo di questa coscienza. In breve, tutto ciò che agevola lo sviluppo della coscienza di Kṛṣṇa dev’essere accettato e tutto ciò che lo pregiudica dev’essere rifiutato.
La nascita (bhava) riguarda solo il corpo, perché per l’anima non esistono né nascita né morte, come è già stato spiegato nel secondo capitolo. Nascita e morte interessano solo l’involucro carnale.
La paura (bhaya) nasce con la preoccupazione dell’avvenire. La persona cosciente di Kṛṣṇa non conosce la paura, perché con le sue azioni è sicura di tornare nel mondo spirituale, accanto a Dio; il suo futuro si prospetta dunque molto luminoso. Tutte le altre persone vivono invece in un’ansia continua, inconsapevoli di quale sarà il loro avvenire in questa vita e nella prossima. Il modo migliore di sfuggire a quest’angoscia è conoscere Kṛṣṇa e vivere sempre in piena coscienza della Sua persona. Lo Śrīmad-Bhāgavatam (XI.2.37) afferma che la paura nasce dal nostro coinvolgimento nell’energia illusoria (bhayaṁ dvitīyābhiniveśataḥ syāt), ma non colpisce chi si è liberato dalla morsa di quest’energia. Chi è cosciente di non essere un corpo di materia ma un’anima spirituale, parte integrante di Dio, e di conseguenza s’impegna nel servizio assoluto alla Persona Suprema, non ha paura.
La paura è la condizione di chi è privo di coscienza di Kṛṣṇa; solo chi è cosciente di Kṛṣṇa può essere esente dalla paura (abhaya).
La non-violenza (ahiṁsā) consiste nel non far niente che possa provocare negli altri dolore o confusione. Se i programmi proposti dai politici, dai sociologi e dai filantropi producono solo miseri risultati è perché i loro autori non hanno la visione spirituale e ignorano ciò che è veramente benefico per l’umanità. ahiṁsā significa educare le persone a trarre pieno vantaggio dalla forma umana. Poiché il corpo umano è essenzialmente destinato alla realizzazione spirituale, ogni programma che non tenda a questo fine gli fa violenza. La non-violenza è, in sostanza, la via che favorisce la felicità spirituale futura dell’umanità.
Equanimità (samatā) significa essere liberi dall’attaccamento e dall’avversione. Essere molto attaccati o non esserlo affatto non è un bene. Il mondo materiale dev’essere accettato in modo neutrale, senza attaccamento e senza avversione. Bisogna accettare ciò che favorisce la coscienza di Kṛṣṇa e rifiutare ciò che può esserle di ostacolo: quest’atteggiamento si chiama samatā, equanimità. Il devoto non ha né avversione né attaccamento e il suo accettare o rifiutare qualcosa dipende esclusivamente dall’utilità che questa cosa può avere nella pratica della coscienza di Kṛṣṇa.
Soddisfazione (tuṣṭi) significa evitare di accumulare beni materiali dedicandosi ad attività non necessarie e sapersi accontentare di ciò che il Signore accorda con la Sua grazia.
L’austerità o penitenza (tapa) consiste nel seguire i numerosi princìpi regolatori raccomandati nei Veda. Alzarsi presto al mattino e lavarsi, per esempio, può essere talvolta spiacevole, perciò ogni sforzo volontario teso a sottomettersi a questa regola merita il nome di austerità. Sono prescritti inoltre alcuni digiuni in particolari giorni del mese; osservarli può essere penoso, ma chiunque sia fermamente determinato a progredire sulla via della coscienza di Kṛṣṇa non esiterà a sopportare questi disagi raccomandati nelle Scritture. Non si deve però digiunare senza ragione o contro i consigli delle Scritture, ad esempio per scopi politici, perché questo genere di digiuno nasce dall’ignoranza, spiega la Bhagavad-gītā, e nessun atto dettato dall’ignoranza o dalla passione può generare benefìci spirituali. Ogni azione eseguita invece nella virtù favorisce il progresso e ogni digiuno compiuto secondo le norme vediche è l’occasione per arricchire la propria conoscenza spirituale.
Per quanto riguarda gli atti di carità (dāna), ogni persona dovrebbe dare la metà delle sue entrate al servizio di una buona causa e questa buona causa è la coscienza di Kṛṣṇa. Poiché Kṛṣṇa è infinitamente buono, anche la Sua causa lo è, anzi è la migliore di tutte. Si tratta dunque di fare la carità alle persone che operano su questa via, ai brāhmaṇa, dicono le Scritture vediche. Questa pratica è ancora oggi seguita in India, anche se ai giorni nostri la maggior parte della gente non la applica esattamente secondo le norme vediche. Perché proprio ai brāhmaṇa si deve fare la carità? Semplicemente perché essi coltivano la conoscenza spirituale più elevata e avendo dedicato tutta la loro esistenza alla comprensione del Brahman, non hanno il tempo di guadagnarsi il necessario per vivere. La persona che conosce il Brahman è un brāhmaṇa (brahma jānātīti brāhmaṇaḥ). Anche i sannyāsī, coloro che hanno abbracciato l’ordine di rinuncia, devono beneficiare della carità. Se mendicano di porta in porta non è per arricchirsi, ma per uno scopo missionario. Vanno di casa in casa per aiutare le famiglie che hanno dimenticato il vero scopo della vita a uscire dalle tenebre dell’ignoranza, e col pretesto della mendicità le spronano a ravvivare la loro coscienza di Kṛṣṇa. Dispensano l’insegnamento dei Veda, che esortano tutti a impegnarsi per raggiungere le perfezioni che devono aspettarsi dalla forma umana, indicando anche il metodo da seguire. Il nostro contributo va dunque offerto per una buona causa, come il mantenimento dei sannyāsī e dei brāhmaṇa, non per cause frivole.
La vera fama (yaśa) deve corrispondere alla definizione che ne da Śrī Caitanya: una persona è famosa solo se è celebrata per la sua grande devozione al Signore, per il suo contributo alla coscienza di Kṛṣṇa. Questa è la vera fama. Ogni altra forma di gloria è priva di valore.
Le qualità elencate sopra si manifestano nei deva e negli esseri umani che abitano gli innumerevoli pianeti dell’universo. Coloro che abbracciano il servizio di devozione, nella coscienza di Kṛṣṇa, sviluppano naturalmente le buone qualità create dal Signore.
L’origine di tutto ciò che esiste, buono o cattivo, è Kṛṣṇa. Niente si manifesta nel mondo materiale che non sia già in Lui; chi conosce questa verità possiede il vero sapere. Innumerevoli sono le manifestazioni in questo universo, ma la loro sorgente è una sola: Kṛṣṇa.
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